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Referendum cannabis bocciato. Le mafie ringraziano

La decisione della Corte Costituzionale di non ammettere al voto il referendum sulla mitigazione delle sanzioni previste dalla legge antidroga per la canapa, resterà scolpita nella storia per le gravissime conseguenze nel rapporto con le istituzioni di una parte consistente della società e particolarmente di centinaia di migliaia di giovani che si erano illusi di poter contare.
Le motivazioni addotte dal Presidente della Corte Costituzionale, Giuliano Amato e le modalità scelte per la comunicazione, sono intollerabili. “Qui sono stati affossati gli unici due referendum proposti dai cittadini con un’ampia raccolta di firme e mobilitazione”. E’ quanto ha dichiarato Antonella Soldo, promotrice del referendum sulla coltivazione domestica della cannabis e coordinatrice della piattaforma Meglio Legale, dopo la bocciatura dello stesso da parte della Corte Costituzionale. “Oggi tutti i giornali titolano ‘Amato show’. Dal presidente noi non ci aspettiamo uno show, ma sobrietà e terzietà - ha aggiunto -. Non era necessaria una modalità sovietica di comunicazione a reti unificate di una verità unica che ora dobbiamo confutare colpo su colpo e lo faremo”
Il quesito non violava nessuna convenzione internazionale tanto è vero che la coltivazione è stata decriminalizzata da molti Paesi, ultimo tra questi Malta. Il riferimento del Presidente alle tabelle è fattualmente errato: dall’anno della bocciatura della Legge Fini Giovanardi (2014) il comma 4 è tornato a riferirsi alle condotte del comma 1, comprendendo così la cannabis.
“La scelta è quindi tecnicamente ignorante e esposta con tipico linguaggio da convegno proibizionista” dichiara il Presidente del Comitato Referendum Cannabis Marco Perduca. “Si è persa l’unica occasione di cambiare le leggi sulle droghe che in questo Paese nessuno ha il coraggio di toccare. Nemmeno chi dice di voler riformare la giustizia”, dicono i membri del Comitato Promotore Referendum Cannabis Legale.
E aggiungono: “Questa non è una sconfitta nostra e delle centinaia di migliaia di cittadini e cittadine che hanno firmato la proposta. È altresì una perdita per le istituzioni. È un fallimento di una Corte che non riesce a garantire agli Italiani un diritto costituzionale; di un Parlamento che da trenta anni non riesce ad adeguare le leggi sulle droghe alle esigenze della giustizia, della salute e della libertà dei cittadini”.
“È un fallimento anche di istituzioni come la Presidenza della Camera di Roberto Fico - ricordiamolo per non dimenticarlo il giorno del voto, esponente di spicco di quel Movimento 5 Stelle che della legalizzazione della cannabis e della democrazia diretta fece bandiera per poi ammainarla appena raccolti i voti - che aveva preso l’impegno di calendarizzare le proposte di legge di iniziativa popolare e dunque anche quella sulla cannabis. È una sconfitta di quei partiti che avevano fatto campagna elettorale sulla legalizzazione dimenticandosene subito dopo. È una sconfitta anche dei grandi partiti progressisti che hanno messo la testa sotto la sabbia. A vincere oggi è lo status quo: a vincere è il monopolio della cannabis nelle mani delle mafie” hanno poi continuato dal Comitato.
Già dalle prossime settimane sarà riorganizzata l’azione con iniziative giudiziarie e politiche. Insieme al grande movimento di cittadini che ha accompagnato l’iniziativa, i promotori sono convinti di dover andare nella stessa direzione verso la quale sta andando il resto del mondo. Nel 1993 il popolo sovrano con un referendum bocciò le norme più ideologiche e punitive della legge sulle droghe, ma il Parlamento non ne trasse le conseguenze dovute e addirittura nel 2006, con un decreto truffaldino, impose un aggravamento delle norme con una pena da sei a venti anni di carcere per il possesso di qualunque sostanza, cancellando la differenza tra droghe pesanti e leggere, all’insegna dello slogan «la droga è droga». Finalmente nel 2014 la Corte Costituzionale (relatrice Cartabia) cancellò quella aberrazione che ricordiamo col nome “legge Fini - Giovanardi. Ma anche quella occasione non fu colta. L’Italia vede tuttora un record di sovraffollamento delle carceri, costrette a condizioni inumane e degradanti delle carceri, non per un mero accidente, ma proprio a causa della legge antidroga. Il 35 per cento dei reclusi è incarcerato per droghe spaccio e il 25 per cento è classificato come «tossicodipendenti». Un quadro terrificante! Cui si somma un altro dato ancor più eloquente: ogni anno 30/40.000 persone sono segnalate ai prefetti per consumo personale e colpite da sanzioni amministrative odiose come il ritiro della patente.
Dal 1990 tali segnalazioni sono state oltre 1.300.000, la gran parte semplicemente per avere fumato una canna. Non si può che definirla una persecuzione di massa che colpisce i giovani e li marchia con uno stigma perpetuo.
“La decisione della Corte Costituzionale rafforza questa macchina del fango e l’idolatria del penale, contro lo Stato di diritto. Siamo condannati a essere stranieri in patria”. Commenta a caldo Franco Corleone, già sottosegretario alla Giustizia e fondatore del Forum Droghe.
Per Andrea Pertici, professore ordinario di Diritto Costituzionale, il quesito del Referendum sulla Cannabis aveva le carte in regola per essere dichiarato ammissibile visto che rispettava l’articolo 75 della Costituzione. “Per il Referendum Cannabis, i promotori non hanno “sbagliato” le tabelle, ma hanno compiuto una scelta nei limiti delle possibilità offerte dal testo vigente. Il comma sulle tabelle delle droghe leggere rinvia alle condotte di quello su quelle “pesanti” e quindi la eliminazione della condotta della “coltivazione” tra quelle rilevanti era formalmente eliminata per le une e le altre. Non c’è stato errore. È semplicemente stato proposto il referendum sulla normativa che c’è”. Con queste parole il professore ha commentato a caldo il giudizio della Corte.
Per il costituzionalista Michele Ainis aver tolto quelli più popolari “è un atteggiamento paternalistico che considera gli elettori dei bimbi immaturi e che risulta demotivante per la partecipazione alla vita democratica”.
“Ragazzi, niente tristezza, non mollate mai, sappiate che alla fine abbiamo vinto noi”. Quando, pochi giorni prima di lasciarci, Marco Pannella ha detto di tenere duro e andare avanti perché storicamente abbiamo vinto, credo che intendesse questo. Non che abbiamo “già” vinto, ma che “storicamente” abbiamo vinto. Ci vorrà del tempo, ma il punto di arrivo sarà quello. E il continuare sulla strada della legalizzazione con il nostro personale attivismo lo dobbiamo anche e soprattutto a persone come Marco.